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Quanta Buscìe 
(Pasquale Rocco)


No, nun è state a sentere
'e canzoni
chistu mare è celeste ‘o cielo è d’oro 
ma stu paese nun è sempe allero.

Nun sponta sempe ‘a luna a Marechiaro e nun se canta e se fa sempe ammore,
cheste sò fantasie pe ‘e furastieri.

Si vuje vulite bene a stu paese venite nzieme a me pe strade antiche,
guardate dint’ ‘e vasce e fore ‘e cchiese.

Quanta malincunia pe case scure addò nun trase chest’aria ‘e primmavera.

Guardate quanta Sante nfaccia ‘e mmure.

Sta gente puverella crede a Dio, patisce rassignata e pare allera
e chi è cecato canta ‘o sole mio

...Quanta buscie ca diceno ‘e canzoni. 
       

 
Enea e la Sibilla Cumana

Nel VI libro dell’Eneide, Virgilio narra della visita di 

Enea alla Sibilla di Cuma.


L'eroe troiano alla ricerca di una sua nuova terra, 

sbarcando sulle coste cumane a pochi chilometri da 

quella che sarà la città di Napoli, dirige verso una grotta 

(o per meglio dire un antro) dove riceverà dalla Sibilla, la 

terribile sacerdotessa del dio Apollo, le indicazioni sul 

suo futuro.
 


Intanto Enea verso la rocca ascese,

ove in alto sorgea di Apollo il tempio,

e là dov'era la spelonca immane

dell'orrenda Sibilla, a cui fu dato

dal gran Delfo profeta,  animo e mente

d'aprir l'occulte e le future cose. 
(Eneide, VI Libro, tr. di Annibal Caro)

Di abbandonare Troia, Enea lo seppe dall’oracolo di 

Delo, che lo esortò a cercare la sua antica patria. 

Pensando che l'oracolo alludesse a
Creta, da cui 

proveniva uno dei più antichi Re di Troia, Enea si recò in 

quell'isola, ma i Penati gli apparvero in sogno 

avvertendolo che la terra che doveva cercare non era 

Creta ma si trovava più ad ovest e si chiamava Enotria 

(l'attuale Italia).


Dopo un lunghissimo viaggio arrivò ad Erice (Sicilia)
 
dove vi morì il padre Anchise. Rimessosi in viaggio ed a 

causa di una violenta tempesta scatenata dalla dea 

Giunone, a lui avversa, fu sospinto sulle coste d’Africa e 

più precisamente a Cartagine. Qui Enea incontra la regina 

Didone, tra i due nasce un amore così profondo da fargli 

dimenticare il dovere impostogli dagli dei di trovare una 

nuova patria tanto che Giove preoccupato manda 

Mercurio a ricordargli quale fosse il suo destino. Fu così 

che Didone, in seguito alla decisione di Enea di ripartire 

per le coste Italiane, pervasa da insopportabile dolore per 

la disperazione, si tolse la vita.

Dopo una breve tappa ad Erice per rendere omaggio al 

padre Anchise, Enea sbarcò sulle coste di Cuma. Qui, 

prima d’incontrare la Sibilla, seppellì su un promontorio 

il suo trombettiere Miseno (dove oggi sorge Capo 

Miseno), che aveva osato sfidare gli dei e per questo 

scaraventato in mare dal dio Tritone. Successivamente si 

diresse con la Sibilla all'Averno (attuale Lago d’Averno 

ritenuto la porta degli inferi), perché egli ottenesse dal 

padre notizie sui suoi discendenti e sulle vicende che ad 

essi sarebbero state legate. La leggenda vuole che la Sibilla 

distribuisse le sue veggenze sulle foglie degli alberi, 

portate poi dal vento, e difficile ne risultava la 

ricostruzione delle sue affermazioni. Enea la supplicò di 

cantargli quanto era nel suo destino così da 

comprenderne il significato: “Ibis Redibis Non 

Morieris
” (Andrai tornerai non morirai) fu il suo 

canto…...solo una questione di virgole?!


Avvi d'intorno

cento vie, cento porte; e cento voci

n'escono insieme allor che la Sibilla

le sue risposte intuona. Era a la soglia

il padre Enea, quando: Ora è il tempo (disse

la Vergine): di', di'; chiedi tue sorti:

Ecco lo dio che è già comparso e spira.

Ciò dicendo, de l'antro in su la bocca

in più volti cangiossi e in più colori;

scompigliossi le chiome; aprissi il petto;

le battè il fianco, e il cor di rabbia l'arse.

(Eneide, VI Libro, tr. di Annibal Caro)

Cuma, posta sul litorale campano di fronte all’isola d’Ischia, fu non soltanto la più lontana dalla madrepatria tra tutte le colonie elleniche della Magna Grecia, ma una delle più antiche. Secondo la cronologia di Eusebio si ritiene che la fondazione di Cuma risalga  al 1050 a.C., ipotesi supportata dalla sconfitta di Troia che si ritiene intorno al 1100 a.C..

Alcuni storici, però, respingono tale data proponendola intorno al 740 a.C., anche se la più antica documentazione archeologica non è anteriore al 725-720 a.C.. La fondazione di Cuma fu preceduta da quella di Ischia (detta Pithekoùssa o Pithekoùssai,) ad opera dei Greci dell’Eubea intorno al 770 a.C. Infatti, che essi abbiano con ogni mezzo tentato di difendere la loro terra dagli Etruschi di Capua, dagli Aurunci, dalle popolazioni interne della Campania, lo prova la fondazione di Neapolis (l’attuale Napoli) risalente intorno al 560 a.C., mentre nel 530 a. C. l’accoglimento di  un gruppo di profughi di Samo nel territorio cumano, portò alla fondazione della Polis di Dicearchia (l'attuale Pozzuoli).













Allu suono de grancascia viva lu popolo vascio.
Allu suone de tammurrielli sò risorti li puverielli.
Allu suono de campana viva viva li pupulane.
Allu suono de’ viulini morte alli Giacubini !!!

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